Ho conosciuto solo alcuni anni fa il nostro compianto Antonio Pinotti, del quale mi hanno profondamente colpito la lungimiranza e la forte determinazione nel dare corso ad un’incisiva azione di recupero della dignità venatoria.
Abbiamo stretto da subito una sincera amicizia, condividendo in diverse occasioni le stesse ansie per le sorti di una comune passione:…. La caccia.
La sua improvvisa scomparsa mi ha sinceramente scosso e profondamente addolorata.
Con estremo piacere avevo raccolto allora il suo invito a presentare una sintetica relazione nell’ambito di questa vostra manifestazione.
Oggi, pur con un senso di smarrimento dovuto alla sua mancanza, ritengo mio preciso dovere presentare il risultato di questa mia ricerca sul tema e sugli interrogativi forse a Lui più cari.
Introduzione:
In questi ultimi tempi sono andata minuziosamente alla ricerca dei motivi delle contrarietà che la società moderna ha nei confronti della caccia. Già in altre occasioni ho esposto, attraverso lettere e scritti, alcune mie riflessioni in merito; tutto questo, nella consapevolezza che la disponibilità della maggioranza dei cacciatori ad approfondire temi, la cui comprensione può essere attinta solo attraverso considerazioni di carattere filosofico, ha dei limiti.
D’altra parte però, se si vuole che alla caccia venga riconosciuto quel ruolo di “cultura rurale” oggi tanto reclamata, attraverso la quale sia possibile garantirne la continuazione nel tempo, è indispensabile che le necessità e le aspettative della società moderna, vengano riconosciute non solo da una piccola parte della comunità venatoria, ma dall’intera categoria dei cacciatori, in una reale disponibilità alla discussione dei criteri che regolano l’attività della caccia,… così come succede per molte altre attività che caratterizzano una società in rapido e spesso radicale processo evolutivo.
Per immaginare le prospettive ed il futuro della caccia, è indispensabile analizzare l’attuale sistema di giudizio della caccia da parte dei non cacciatori.
Questa analisi, per la verità, spetterebbe di dovere ai vertici delle Associazioni Venatorie, le quali, per troppo tempo, hanno trascurato di indagare le motivazioni di questo dissenso crescente da parte della gente comune nei confronti della caccia.
Ora, se pur con notevole ritardo, alcuni esponenti di spicco del nostro sistema associativo, hanno compreso che per iniziare un percorso di rivalutazione della caccia, oggi è indispensabile conoscere ed approfondire le motivazioni di fondo delle avversità che ci perseguitano.
In pratica signori, per sapere come curarci, dobbiamo sapere almeno quale è la nostra malattia.
Ed è in questa chiave di lettura che vi invito ad interpretare l’esposizione dei risultati di questa mia breve ricerca.
L’evoluzione socio-economica che ha caratterizzato gli ultimi decenni del secolo scorso, ha profondamente cambiato il modo di pensare della popolazione Italiana o, più in generale, questo miglioramento delle condizioni di vita ha contribuito a sviluppare nuove correnti di pensiero verso ogni attività umana. Questa evoluzione culturale, pur con gradi di sviluppo diverso, è comune a tutte le nazioni Europee.
Un grande contributo nel determinare una nuova linea di pensiero della società verso le attività umane, soprattutto quelle che utilizzano risorse ambientali, proviene dal fatto che attualmente viviamo in una società profondamente pluralistica, in possesso di potenti sistemi di “comunicazione di massa”.
Questi strumenti, generalmente utilizzati come sistemi di “divulgazione” dell’informazione, recentemente e in misura sempre maggiore il loro uso ha “influenzato” e spesso “determinato” l’orientamento d’opinione della società nei confronti di tutte le attività umane.
Uno dei primi elementi da tenere in giusta considerazione in questa analisi, appare la percentuale numerica dei cacciatori nei diversi Stati Europei; essi, pur in misura diversa in relazione ai costumi sociali di ogni nazione, non rappresentano che un piccolo contingente rispetto all’intera comunità, ed è evidente che l’opinione della stessa comunità su caccia e cacciatori, non viene determinata da questa minoranza, bensì dalla stragrande maggioranza dei “ non cacciatori”.
Un’ulteriore valutazione sulla complessità della critica nei nostri confronti, consiste nella consapevolezza che oggi, la società moderna, non di rado “succube” dei mezzi d’informazione, è tendenzialmente ”critica” ed “inquisitiva” nei confronti di tutte le attività umane e che correnti di pensiero, sempre più dal marcato accento ambientalistico, stanno da tempo radiografando l’attività venatoria in ogni suo aspetto, e il risultato di questo esame non è per nulla condizionato dai nostri affannosi richiami al rispetto delle tradizioni, al rispetto delle consuetudini acquisite, o al rispetto dei diritti che la legge ci riconosce.
Da troppo tempo il mondo venatorio ha ravvisato nelle critiche avanzate da questa importante parte della società, l’effetto ostile verso il comportamento scorretto di una minoranza di cacciatori,… le così dette pecore nere,….
Il sottovalutare, anziché riconoscere, in questa tendenza critica le origini di un’avversità profonda al sistema della caccia, ha di fatto ritardato e impedito di risalire per tempo all’origine del problema stesso.
Il dissenso nei confronti della caccia è venuto, e proviene tutt’oggi, da direzioni e da punti diversi, primo fra tutti il comprensibile rifiuto dell’uccisione dell’animale, sulla base di orientamenti etici e convinzioni personali, in tanti modi giustificabili. Questi atteggiamenti sono presenti soprattutto nella maggioranza delle persone che vivono nelle città, lontano dagli ambienti rurali.
Purtroppo,….dettate anche da ragioni socio-economiche diverse,…. questa tendenza della società moderna ad allontanarsi sempre più dal mondo rurale si accentuerà in futuro, e l’orientamento ideologico di questa maggioranza, ormai lontana e dimentica dei valori e del comportamento tipico del mondo contadino, appare maggiormente “condizionabile” dagli stessi sistemi di informazione di massa.
Oggi non pare ipotizzabile che la società divenuta “urbana”, possa invertire la propria linea di pensiero nei confronti di caccia e cacciatori in modo autonomo.
Un’ulteriore contrarietà verso il mondo venatorio è dovuta all’utilizzo delle specie animali per il fine stesso della caccia. Questa avversione al sistema è presente ormai da tanti anni, tuttavia, nei tempi più recenti è emerso e si è consolidato in modo energico il concetto sullo status degli animali,…considerati quali “creature nostre simili”; ed è in questa chiave di lettura materialistica che l’animale viene paragonato sempre di più all’uomo, dal che ne consegue che l’aspetto delle contrarietà si allarga a concetti puramente filosofici, difficilmente sovvertibili se non attraverso il ritorno alla condivisione di una cultura “antropocentrica” più accentuata.
A conferma di quanto detto, si veda come sia cambiato in modo radicale il linguaggio abituale in riferimento alla natura;…. Oggi, espressioni linguistiche come “fratello albero” o “animale nostro simile”, non suscitano più nessuno stupore nella normale dialettica mediatica. Questa nuova concezione sulle similitudini tra la vita umana e quella animale, inizia a trovare tacita tolleranza persino in alcuni ambienti ecclesiastici meno integrali.
Oggi, oltremodo, un’analoga tendenza si riscontra anche nel campo del diritto, dove si assiste a veri e propri duelli politici per reclamare la paternità di leggi a tutela degli animali. Al riguardo si pensi solo alla diatriba per il taglio della coda o per le dimensioni dei box destinati al ricovero dei cani, o ancora, alle normative per il trasporto degli stessi in automobile.
Altro esempio sulla rivalutazione del ruolo degli animali, lo si nota in alcune revisioni linguistiche di uso comune, dove animali da sempre considerati “nocivi” per la loro incidenza negativa nei confronti della selvaggina o degli animali domestici, siano stati riqualificati come “predatori”,…pertanto si assume che il loro ruolo nell’ecosistema, in virtù della nuova definizione, sia oggi divenuto indispensabile.
Il mondo venatorio, ora considerato “egoisticamente sensibile” ai problemi della natura in quanto “utilizzatore delle risorse”, si trova così sottoposto alla pressione psicologica di questo nuovo modo di intendere il rapporto uomo-natura-ambiente. Alcune associazioni, in questo nuovo contesto, hanno pensato bene di anticipare i tempi, coniando funzioni nuove per il cacciatore attraverso slogan, quali ad esempio: “Caccia = protezione della natura”,… In questo modo però, ponendoci obiettivi particolarmente elevati, siamo esposti a rischi di valutazione molto severi da parte della società. In questo modello proposto ci viene comunque già rimproverata un’eccessiva attenzione verso i problemi della fauna di “utilità venatoria” e al tempo stesso siamo accusati di scarsa attenzione verso i problemi che riguardano le specie non cacciabili. Queste critiche non si sono mai estese ad esempio verso altre categorie che sfruttano risorse ambientali ammettendo apertamente di farlo…si vedano gli atteggiamenti tolleranti verso la pesca, la raccolta dei funghi, delle rane, delle lumache o verso le attività di selvicoltura.
A prescindere poi dai temi fin qui analizzati, un ennesimo problema per le Associazioni che intendono approfondire le contrarietà verso il mondo venatorio, è rappresentato dalle critiche che la società rivolge al modo di apparire del cacciatore e ad alcuni suoi atteggiamenti considerati “indelicati ed arroganti”. Ed è forse uno dei principali motivi per cui si contesta al cacciatore il diritto di accedere ai terreni privati per svolgere la propria attività, di porre obiezioni sulla legittimità di portare armi, e ancora di appartenere ad una sorta di elite caratterizzata dal particolare modo di vestire e dal linguaggio tipico ed esclusivo; atteggiamenti questi considerati poco trasparenti dalla gente comune, pertanto vissuti con diffidenza.
Quali i rimedi?
Appare evidente che per contrastare il fenomeno anticaccia oggi sia indispensabile agire su diversi fronti, coalizzando tutte le energie che il sistema venatorio possiede.
Il primo riguarda la gestione della fauna selvatica e dei suoi spazi vitali. Attraverso la gestione delle risorse faunistiche, il mondo venatorio ha la possibilità di dimostrare la propria preparazione e competenza. I successi raccolti nel campo della gestione delle risorse animali, se ben pubblicizzati, possono risultare un’efficace rimedio contro gli obiettivi animal-protezionistici indirizzati all’abolizione definitiva dell’attività venatoria.
Oggi, le associazioni anticaccia, utilizzano sistemi di informazione a cui il mondo venatorio difficilmente potrà accedere nell’immediato futuro. In particolare abusano di quello strumento essenziale per convincere le masse che è la “propaganda” attraverso la televisione, ovvero un sistema di “disinformazione”, prerogativa questa di progetti disonesti, efficace per screditare la controparte ed esaltare così i propri meriti. Esempi terribili sull’efficacia della propaganda ne è piena la storia contemporanea; Un esempio per tutti; si ricordi come l’avvento al potere del Nazismo in Germania si sia fortemente consolidato grazie all’azione del “ministero della propaganda” del dottor Göbbels, (animalista convinto), attraverso la quale, la propaganda del regime entrò dapprima nelle scuole, poi nelle organizzazioni giovanili e nelle associazioni sportive, ed infine, attraverso la diffusione ostinata di ideologie ipocritiche, si riuscì ad ingannare milioni di Tedeschi.
Mi pare che lo stesso metodo sia stato largamente utilizzato anche nelle nostre scuole per quanto riguarda la rappresentazione dell’attività venatoria.
Fare propaganda è normale in qualsiasi campo ed attività, purché restino saldi i principi di onestà intellettuale.
Questo però non è il caso delle diverse associazioni protezionistiche ed animaliste, le quali si propongono, attraverso una valorizzazione estrema della propria immagine, quali unici garanti e protettori dell’ambiente.
In contrapposizione, il mondo venatorio può orgogliosamente affermare che non esistono dati scientifici di rilievo su popolazioni selvatiche, paragonabili a ciò che si conosce sulle popolazioni selvatiche cacciate, e questi risultati, frutto di studi effettuati o commissionati dai cacciatori, sono messi a disposizione a titolo gratuito per tutta la società.
Un altro elemento che deve essere fortemente sostenuto dalle nostre associazioni è la considerazione che: il cacciatore oggi deve essere considerato come un anello nella catena costruita dall’evoluzione del genere umano. Nessuna attività dell’uomo, sopravvissuta dalla presenza primordiale, può vantare una storia tanto lunga. E’ la caccia che ha accompagnato l’evoluzione dell’uomo, la prima attività che ha favorito l’aggregazione, lo sviluppo stesso della società.
E’ l’antropologia che ne determina la datazione; oggi, molti studiosi dell’evoluzione comportamentale, attribuiscono la postura verticale dei primi ominidi alle necessità della ricerca della selvaggina per scopi alimentari. Ed è questa la genesi della caccia, ed è attraverso queste mutazioni, accompagnate certo da altre metamorfosi fisiche e comportamentali, che si sono separate sempre più le strade dell’uomo da quelle delle bestie. Valori di identità oggi messi in forte discussione dagli animalisti più radicali.
Gli obiettivi annunciati dagli animalisti di voler cancellare la caccia, portano con sé la grave responsabilità di troncare la continuità degli insegnamenti umani tramandati, interrompendo per sempre la storia millenaria dell’uomo. E’ rimasto solo il cacciatore a trasmettere alle nuove generazioni quei preziosi valori ancestrali che non dovrebbero in nessun modo essere dispersi. Questa è la storia dell’uomo, questa la storia della sua straordinaria cultura rurale. Queste le sue genuine origini. Non riveste nessuna importanza se l’azione della caccia, indiscutibilmente cruenta, non è in sintonia con le attuali necessità alimentari dell’uomo moderno. Non è nel rinnegare o nello sminuire il valore del nostro passato che renderà il futuro più gradevole alla società del terzo millennio. Anzi.
Altre attività umane hanno origini ancestrali come la caccia, il ballo ad esempio; inizialmente espressione propiziatoria ha assunto nel corso dei millenni funzioni estremamente diverse; in alcune situazioni assume anche connotazioni violente, eppure ciò non suscita nessuna reazione da parte della società, anche se, in alcune occasioni, l’eccesso nella sua pratica dovuta ad abuso di alcool e di sostanze stupefacenti hanno spesso conclusioni tragiche. Lo vediamo in quella sorta di “bollettino di guerra” che ci viene comunicato dai telegiornali il lunedì… eppure nessuno ipotizza la chiusura delle discoteche o presenta mozioni parlamentari per l’abolizione del ballo…Non si costituiscono Associazioni che si occupano delle “vittime della discoteca” come invece vengono abbondantemente pubblicizzate quelle che riguardano le “vittime della caccia”.
Eppure abbiamo ancora una speranza, che si potrà concretizzare solo se sapremo reagire alla moda anticaccia con azioni mirate, se saremo in grado di coinvolgere il mondo della scuola e dei giovani, se avremo la capacità di presentare un modello di gestione venatoria in sintonia con le aspettative della maggioranza dell’opinione pubblica, se saremo in grado di catalizzare le attenzioni delle nuove generazioni come alternativa al dissesto morale che la società moderna attualmente vive, in un’ottica condivisa di sfruttamento razionale delle risorse rinnovabili.
E come insegna don Vittorio Cristelli ….”dobbiamo far le cose bene, ma soprattutto dobbiamo farlo sapere”.
Vi ringrazio per la paziente attenzione. Lara Leporatti






